
Tutta l’Europa si era coalizzata contro Napoleone che nel 1815 era stato battuto definitivamente a Waterloo. Contemporaneamente il Congresso di Vienna aveva decretato il ritorno dei vecchi regnanti in tutti gli stati, tranne nel Veneto, inglobato assieme alla Lombardia nell’Impero Asburgico. Questa è la situazione geo-politica post-bellica in cui ci troviamo nel 1817.
Il Polesine, che non aveva altra risorsa oltre l’agricoltura, doveva fare i conti con un’economia devastata dai saccheggi di una occupazione militare e dalla drammatica diminuzione della manodopera nelle campagne. La mancanza di braccia era dovuta al reclutamento dei giovani coscritti mandati al fronte, e alla fuga dei renitenti al servizio di leva, che nei boschi andavano ad ingrossare le fila dei briganti.
A peggiorare la situazione agricola, pesava anche il cattivo stato in cui si trovavano le campagne a causa del disinteresse idraulico espresso nel periodo napoleonico, quando non era stato fatto nulla per irregimentare correttamente le acque di scolo. I potenti consorzi di bonifica risalenti al quindicesimo secolo, ora trascuravano anche l’ordinaria manutenzione, come lo sfalcio delle rive arginali e la rimozione della terra franata negli scoli. Anche i proprietari terrieri non collaboravano alla causa comune, intervenendo egoisticamente solo sui loro possedimenti, incuranti dei danni che potevano causare ai confinanti e all’intero comprensorio di bonifica.
Oltretutto si era molto vicini ad una situazione di carestia. Un fatto incredibilmente non trascurabile avvenne nel 1815: il vulcano Tambora in Indonesia, diede luogo all’eruzione più imponente nella storia dell’uomo, dall’ultimo periodo glaciale. La deflagrazione fu pari a 2,200 milioni di bombe atomiche: qualcosa di spaventoso! 80 milioni di tonnellate di anidride solforosa furono dispersi nell’ambiente, provocando una fitta “nebbia secca”, come fu chiamata allora, che si sparse nella stratosfera e causò un’oscurità che è durò anni, dagli Stati Uniti all’Europa, e ancor peggio nel continente asiatico, baricentro del fenomeno. L’anno successivo, il 1816, cioè l’anno prima della nostra epidemia, venne chiamato “l’anno senza estate” a causa delle piogge continue e dei freddi siderali difficilmente mitigabili da un sole che si intravedeva a stento: un cataclisma paragonabile, almeno nei modi, a quello responsabile dell’estinzione dei dinosauri avvenuto un centinaio di milioni di anni addietro.
L’eruzione del Tambora è stata studiata anche come una delle concause della sconfitta di Waterloo: gli assi nella manica delle vittorie napoleoniche stavano nella fortuna dei generali e nella velocità degli spostamenti delle sue armate. Già nel 1815, a distanza di qualche mese dall’esplosione vulcanica, il clima era cambiato drasticamente, pioveva in continuazione, e Napoleone, impantanato a Waterloo in un teatro di guerra ridotto a palude, aveva dovuto soccombere.
Nel 1816 dunque, anche il nostro territorio polesano con i suoi campi allagati dalle piogge perse gran parte della produzione alimentare. Il conseguente periodo di carestia aggravò le condizioni di una popolazione già provata, facilitando l’espandersi di una grande epidemia di tifo che era scoppiata con estrema violenza in tutta Europa. A veicolare il contagio ci pensavano i soldati delle armate napoleoniche allo sbando, che da due anni avevano lasciato Waterloo per tornare alle loro case e molti di loro per raggiungere il sud Italia erano passati anche per Polesella. Che il tifo fosse una malattia contagiosa, già allora lo si sapeva. Contagiosa come lo era il vaiolo contro il quale già da circa dieci anni veniva praticata la vaccinazione obbligatoria. Ma la conoscenza si fermava qui, visto che del tifo non si sapevano né le modalità del contagio e né quale fosse la causa. Era noto anche come “malattia delle prigioni”, “delle trincee”, “degli ospedali”, “delle navi” a sottolineare il fatto che era una malattia endemica che si sviluppava tra persone ammassate in condizioni igienicamente precarie. Qualcuno la considerava una malattia esantematica, tipo varicella o morbillo, per via delle petecchie sulla pelle; qualcun altro la confondeva con il tifo addominale da salmonella per via della diarrea. Il Dr. Gobetti, direttore dell’Ospedale Civile di Rovigo, responsabile del Lazzaretto, in un documento dell’epoca, riportava le sue idee circa il tifo petecchiale, e nonostante fosse persona di esperienza e buon senso, era molto lontano dalla verità.
All’epoca dei fatti, per spiegare le cause del tifo petecchiale, giravano le ipotesi più incredibili: l’aria fetida, i miasmi, l’anidride solforosa e altre ancora, mentre terapie altrettanto aberranti venivano somministrate ai poveri infermi, mancando del tutto una diagnosi. Le ricette dello speziale abbondavano di farmaci che stimolavano vomito e scariche intestinali, mentre al medico competeva la pratica del salasso. Ora sappiamo che la causa del tifo petecchiale è il pidocchio dei capelli e dei vestiti infettato da un batterio detto rickettsia. Questo, inoculato nell’uomo attraverso il morso del pidocchio, causerà la malattia tifica. Ecco allora le chiazze ovunque, lingua patinata, occhi infossati, diarrea e febbre altissima fino sprofondare il paziente nel caratteristico stato di “stupore “quasi comatoso. La parola “tifo” infatti, derivata dal greco, significa stupore, il sintomo più tipico della malattia. Le malattie contagiose si dividono in dirette e indirette: cioè quelle che si trasmettono da uomo a uomo come il vaiolo, e quelle come il tifo che si trasmettono all’ uomo per mezzo di un veicolo intermedio come il pidocchio. Le prime sono più intuibilmente controllabili con l’isolamento delle persone (vaiolo), mentre le seconde sono meno controllabili (tifo petecchiale) finché non si comprende la responsabilità del pidocchio.
Ho raccolto ed esaminato i dati dell’epidemia che colpì Polesella nel 1817. La popolazione della nostra comunità è sempre stata numericamente costante. La somma degli abitanti di Polesella, Raccano e Selvatiche all’epoca si attestava attorno ai 2700 abitanti, con minime variazioni di poche decine di individui, sia all’epoca napoleonica (anni 1805-1806-1807), che in epoca asburgica (1815-1816-1819). Anche il tasso di mortalità era sempre stato stabile: morivano circa 100 persone all’anno, con minime variazioni di qualche unità (a volte 97, a volte 104 etc.).
Ma improvvisamente nell’anno 1817 i decessi balzarono a 240 unità, (+140 rispetto alla media): 30 casi vennero direttamente classificati come “tifo petecchiale”, altri 30 casi come affezione “gastro-putrido-verminoso” (perché a chi aveva la sfortuna di sopravvivere un po’ più a lungo, produceva vermi dalla bocca, come relazionato dal dottor Rasori, medico militare di Napoleone), altri 20 casi registrati come “dissenteria”, ma riconducibili al tifo in quanto patologia assente negli anni precedenti. Dei 140 decessi in esubero, almeno 80 erano dunque da attribuirsi al tifo. Sapendo che la percentuale di persone che muoiono a causa del tifo è di un terzo rispetto al totale dei malati di tifo, si può desumere che a Polesella ci fossero ben 250 malati di questo morbo.
Nell’ “annus horribilis” 1817, nonostante l’epidemia si fosse innestata in un’evidente dramma socioeconomico, il contagio colpiva quasi nello stesso modo il possidente, il bottegaio, il barcaiolo, il molinaro, in funzione dell’elevato contatto che queste categorie avevano col pubblico. Analizzando i dati del 1817, in paese risultavano deceduti ben 40 questuanti, fenomeno quasi completamente assente negli anni precedenti e successivi. La categoria di poveracci defunti era composta da bambini di 7 anni, ragazzi di 30 anni, e anziani prevalentemente vedovi. Si poteva pensare ad una categoria suscettibile a morire per tifo; invece, in 37 morirono di “malattia consuntiva” e di “debolezza”, solo 3 per il tifo. Siccome questi tre furono i primi casi di morte a Polesella, si può supporre che per evitare il contagio, nessuno aveva più ospitato questuanti nella propria casa, facilitando così la morte dei derelitti per fame e denutrizione.
Se cerchiamo di capire come si sia propagata l’epidemia a Polesella, dobbiamo considerare le contrade in cui allora il paese era suddiviso. Vi erano contrade più abitate e meno numerose, più signorili e più popolane; le contrade più affollate erano anche le meno signorili, e secondo i ragionamenti fatti, sono queste le aree che hanno registrato il maggior numero di morti. All’epoca, le contrade più abitate di Polesella erano: Santa Maura, Sant’Antonino, le Schiappe e la Destra Fossa e furono dunque le più colpite dall’ epidemia. Al contrario alla piazza del mercato, dove le botteghe erano tante ma vi abitava poca gente, tra i rari casi di morte nessun tifo, ma da riportare il caso di una ragazza ivi residente, deceduta per “colpo apoplettico” nel locale della posta (così veniamo a sapere che la posta era in piazza). Altra strada scarsamente affollata era la via della Chiesa, dove abitava Pentiraro Apollonia con il marito Vincenzo Astolfi, che di mestiere faceva il cursore (ed era il bisnonno di mio bisnonno). Considerato che in quella strada morì di tifo solo lei, una spiegazione del contagio poteva riguardare il marito cursore, che aveva intensi contatti con la cittadinanza, ma le cose potevano essere andate anche diversamente. Sposata in prime nozze con un certo Bardella di cui era rimasta vedova, anche dopo il suo secondo matrimonio con il cursore aveva mantenuto un rapporto strettissimo con questa famiglia. Considerato che il nucleo familiare dei Bardella, residenti alle Schiappe, era stato colpito duramente dal tifo, potremmo anche immaginare che la sua solidarietà “familiare” possa averla tradita.
La modalità del contagio all’interno dei nuclei familiari e tra i vicini di casa appariva una regola. Ad esempio, nel grosso centro di Sant’Antonino, il 12 marzo si era verificato il primo decesso per tifo petecchiale di una coppia di questuanti. Erano morti al civico 390 Giovanni C. e la moglie. Una settimana dopo, allo stesso civico moriva di tifo Sartini Giovanni di 36 anni. Era passato appena un mese quando moriva anche il vicino del civico 391, un certo Seravalle pure lui questuante. A maggio, in questo stesso civico moriva di tifo anche il nipote di C., che a 32 anni cessava l’attività di “linaiolo”. Nell’altrettanto grosso centro delle Schiappe, si verificavano le stesse modalità di contagio per gli appartenenti al nucleo familiare dei Maneo-Bardella. In aprile, al civico 20 era morta la moglie del molinaro Giacomo Bardella, seguita in maggio dal marito con la variante putrido-verminosa. A luglio, al vicino civico 22 muore Matteo Maneo, ingegnere e direttore dei lavori idraulici alla Barbazza e alla Fossa. Qualche mese dopo al civico 55 morivano di tifo, a distanza di un giorno l’uno dall’altro, Maria Maneo di 36 anni e il figlio Andrea Bardella. Ai confini del grosso borgo di Santa Maura e la strada della Coronella, il civico 542 risultava essere l’abitazione comune di almeno cinque persone, decedute per varie cause nel luogo chiamato “Convento” (…probabilmente questo era il nome ancestrale dello stesso palazzo dove vivevano).
Mentre a Polesella si moriva per l’epidemia, continuava imperturbabile lo stillicidio della mortalità infantile. In quegli anni a Polesella la mortalità infantile mieteva in media 60 bambini all’anno, indipendentemente dal numero totale dei decessi. Matematicamente parlando, la mortalità infantile riguardava dunque più della metà dei morti e l’anno 1817 non fece eccezione, ma si evidenziò una difficile gestione sanitaria dei parti gemellari, non riscontrabile negli anni precedenti e successivi:
Il caso dell’ostetrica sfortunata
11 febbraio: morirono in Via della Chiesa Antonio, Francesco, Girolamo Pavani, 3 neonati dal parto trigemellare di Angela Bardella;
14 febbraio: ancora in via della Chiesa, morirono i gemelli Giuseppe e Antonio Campanati;
26 febbraio: nello stesso mese morirono alle Schiappe Adamo ed Eva Merlante, figli gemelli di Lucia Bardella;
18 febbraio: morì di parto Teresa Ghinatti di 19 anni, moglie di Domenico Quaranta, con il figlio Giuseppe;
16 marzo: ancora un parto gemellare finisce male e Gaetano e Innocenzo Spinelli muoiono in Via Fossa;
Fu un caso unico, forse dovuto a un’ostetrica incapace a gestire parti multipli.
Sebbene all’epoca nei paesi ci fosse il medico condotto, erano le levatrici (o mammane) che si occupavano dei casi di parto più difficili, ma non sempre erano all’altezza del compito, tant’è che il dottor Randi, capo medico della comune di Padova, si lamentava che le ostetriche all’epoca erano scarsamente istruite, e che in caso di errori avrebbero dovuto subire punizioni esemplari.
Sotto questo punto di vista fu un periodo sfortunato anche per la famiglia Selmi. I figli di Domenico Selmi, Paolo e Carlo, capostipiti rispettivamente del casato di Via Coronella e del casato del Palazzone, attendevano entrambi di diventare padri. Le rispettive mogli (Tenani e Piccinati) rimaste gravide entrambe nel 1817, l’anno successivo persero entrambe i loro figli (a maggio morì il neonato di Carlo, e a settembre quello di Paolo). Nasce morta (proprio a casa mia a Santa Maura) anche la figlia di Rosa Selmi, sposata a Stefano Scatolini, proprietario dell’omonimo palazzo.
Ma nel 1817 si moriva anche di vaiolo. Quattro bimbi di 2, 4, e 6 anni, figli dei signori Mantovani, Lombardi, Libanoro e Gumbertini, benestanti della Coronella e tutti vicini di casa, persero la vita (forse perché non vaccinati), mentre Amedeo Felisatti di 8 anni morì di lebbra. (Esiste il bando di concorso per la condotta di Polesella del 1808, dove è specificato che chi prenderà la condotta dovrà “fare i vaccini e curare la povera gente senza niuno compenso”: il medico dell’epoca si chiamava Gemelli). (Autore: Dr.Piergiorgio Astolfi)